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Famous Blue Raincoat

La canzone

Ascolta Famous Blue Raincoat – Leonard Cohen

Tornato di moda negli anni 80 con una versione di successo cantata da Jennifer Warnes, ne esiste anche una versione italiana dall’intramontabile Ornella Vanoni nella traduzione firmata De André/Bardotti.
Il pezzo fu scritto nel 1971, un periodo in cui Cohen abitava in Clinton St. nel Lower East Side di Manhattan. Ed è proprio per mezzo dell’ambientazione, che come un abile scenografo, il cantautore canadese ci introduce nel mood malinconico che sta per cantarci.
Un flebile accordo di chitarra, seguito dal celebre attacco:
It’s four in the morning, the end of December / I’m writing you now just to see if you’re better / New York is cold, but I like where I’m living / There’s music on Clinton Street all through the evening.

Siamo a New York, è notte fonda, fuori fa freddo e probabilmente anche nell’animo di Leonard, ma sulla strada si sente un’atmosfera festosa.
Non c’è festa però nelle parole di Cohen, che sta scrivendo una lettera in apparenza rivolta a una donna, ma che è invece indirizzata a chi la donna gliel’ha portata via, un individuo che lui chiama “fratello mio/mio assassino”. Un amico quindi, dal quale è stato tradito, ma che, come ci dirà il testo, è disposto a perdonare. Jane l’ha abbandonato un’altra volta, Leonard è solo in quell’appartamento di Manhattan, la sua è una lettera e anche un’intima confessione.
La sincerità con la quale si rivolge al suo amico/nemico è disarmante: Yes, and thanks, for the trouble you took from her eyes / I thought it was there for good so I never tried.
e ancora: If you ever come by here, for Jane or for me / Your enemy is sleeping, and his woman is free.

Eppure ci sono alcuni indizi che ci portano a pensare che la lettera non verrà mai spedita, perché il destinatario è nella stanza con lui e, mentre la scrive, quest’ultimo la sta già leggendo. E’ una lettera a se stesso? Alcuni elementi ce lo fanno pensare, a partire dall’impermeabile blu, lo stesso che portava Cohen.
L’amico a cui scrive è una parte di se stesso che sta cercando di perdonare, riconquistare? Quella parte del suo io che ha trascurato Jane, che l’ha lasciata andare via… “Hai offerto alla mia donna solo una scheggia della tua vita…“.
Voci di donne, come echi del passato, sussurrano ogni tanto nelle profondità della canzone. Come ricordi che tormentano la penna dell’autore. Scrivendo la sua lettera, Leonard tenta di guardarsi dentro e di trovare una via di comunicazione con una parte di se stesso che ha smarrito.

Sincerely, L. Cohen” è la frase che chiude il testo, una chiusura tipica da lettera o forse un gesto per confermare di aver scritto davvero quelle parole.

Tipiche abitazioni del Lower East Side a Manhattan, quartiere in cui L.C. visse in quegli anni

Il contesto

E’ il 1971, probabilmente l’anno più prolifico della storia della musica pop. Leonard Cohen non è però uomo legato alle tendenze musicali del periodo, raramente si occupa in modo specifico del vero e proprio contesto storico. Si potrebbe definire più un indagatore dell’animo umano, che ha saputo descrivere tramite le parole, come pochi altri nella storia della canzone popolare. L’animo da indagare stavolta è il suo, un animo tormentato, in lotta con la ricerca di un Io che sappia riconoscere.
Soffrì spesso di depressione nel corso della sua vita, soprattutto nella prima parte della sua carriera, e non è difficile immaginarselo in quell’appartamento newyorkese, a osservare la strada gelida di dicembre dalla finestra, e a scrivere questa confessione personale in uno stato di abbandono e rassegnazione. Stava chiedendo aiuto a se stesso, sperando in una risposta alla sua lettera.

E’ anche il periodo in cui Leonard si interessa alla dottrina di Scientology, il “go clear” presente nel testo è probabilmente la “chiarezza“, stato che l’adepto di questa religione si propone di raggiungere.

L’album

Abbiamo ascoltato e conosciuto molti “black album”, neri per semplici motivi estetici o per questioni di contenuto poetico e musicale. Da quello dichiarato dei Metallica nel 1991, alla Black Celebration dei Depeche Mode, per passare dai lavori del maestro dell’oscurità dell’animo, non a caso grande fan di Cohen: Nick Cave.

Questo disarmante Songs of Love and Hate, è a tutti gli effetti uno dei primi della categoria. Un album fuori dalle mode, fuori dalle rotte commerciali, talmente estremo nella poetica e nei suoni che fu distrutto nelle recensioni della rivista Rolling Stone, che lo definì “inspiegabile” e che oggi invece lo inserisce nei 500 migliori album di sempre.
Del resto il titolo del disco parla chiaro: Canzoni d’amore e di odio. La firma che Cohen mette alla fine di Famous Blue Raincoat è solo una delle tante prove, Leonard sta parlando di e con se stesso.

Parlando delle canzoni, quasi tutto il disco come detto, è composto da testi e atmosfere oscure. A partire da Avalanche, che apre l’album col suo accordo da brividi (non a caso ripresa poi da Nick Cave). Passando dalla tristezza che pervade Last year’s man e la rabbia accusatrice di Dress rehearsal rag. L’album si chiude con un altro celebre classico, la bellissima e personale visione della morte di Joan of Arc (ripresa anche da Fabrizio De André), che si dona al fuoco, stanca della guerra, come un amante, nella speranza di tornare alla pace perduta.

Difficile dire se questo sia il capolavoro di Leonard Cohen, di sicuro è uno dei suoi dischi più intimi, dove si scava nelle profondità dell’animo, graffiandome le zone abitate dalle ombre.

FAMOUS BLUE RAINCOAT
Leonard Cohen
(Leonard Cohen)

Songs of Love and Hate
1971 Comumbia


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